Parla il primo
marito della signora Fini.
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Colloquio con Sergio Mariani |
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di Marco
Damilano |
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Sergio
Mariani |
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Le nozze.
Il tradimento.
L'emarginazione all'interno del Msi e di Alleanza nazionale.
La vicenda tra me, Gianfranco e Daniela dovrebbe avere lui il coraggio
di raccontarla. Io ho sempre avuto la dignità di viverla... Dieci giorni
fa la separazione tra Gianfranco Fini e la moglie Daniela Di Sotto. Un
passo politico, annunciato con un comunicato, l'ennesimo strappo del
leader di An dal suo passato. E dal passato oggi riemerge il terzo lato
del 'triangolo nero': Sergio Mariani, il primo marito di Daniela,
all'epoca grande amico di Gianfranco. Protagonista di un episodio
oscuro: il 10 marzo 1980 si sparò all'addome mentre Daniela stava
andando dall'avvocato per ufficializzare la separazione e la sua
relazione con Gianfranco. Da allora Mariani non ha mai parlato: rompe
per la prima volta un silenzio lungo decenni perché, spiega, "mi ritrovo
a vivere impotente uno scenario molto simile a quello di allora per
colpa della protervia altrui". In questi anni Mariani, coinvolto in
numerose vicende giudiziarie, è stato dirigente di An, è membro
dell'Assemblea nazionale del partito e non ha mai smesso di frequentare
Fini. Nel 2006 i rapporti si sono interrotti:
"Fini sta rovinando la vita dei miei figli, delle persone che amo, di
quelli con cui ho lavorato.
So quanto mi può costare quello che dico, ma non ci sto. Non uscirò mai
con i miei piedi dal partito".
Quando ha conosciuto i due Fini?
"Daniela l'ho vista nella sezione Msi del Quadraro, a Roma, dove
c'era una forte presenza dei rossi. Una ragazza molto determinata, in
realtà esprimeva una grande femminilità. Era, come si dice, da bosco e
da riviera. Gianfranco l'ho incontrato nel '73 nella sede del Fronte
della gioventù di via Sommacampagna. Vestiva in trench o con un cappotto
di pelle nera. Frequentava la corporazione studentesca di cui era
responsabile Maurizio Gasparri. Aveva una penna brillante, fiorivano i
giornaletti, servivano persone che sapessero scrivere".
Lei era invece un uomo d'azione, diciamo così. La chiamavano
Folgorino...
"Avevo partecipato al XXIX corso della Folgore ed ero molto rapido.
Ma il mio vero soprannome era il Legionario, sono stato nella Legione
straniera. A Roma sono arrivato nel 1972, dopo un mandato di cattura: a
Milano avevo picchiato un ragazzo, gli avevo fatto parecchio male. Il
Msi era monolitico, stretto attorno a Giorgio Almirante. Una volta le
sue segretarie, le sorelle Ornella e Gila, ex combattenti della Rsi, mi
chiesero davanti a lui:
"Se ti desse uno schiaffo, tu che faresti?".
E io: "Glielo ridarei".
Almirante sorrise: capiva il carattere delle persone".
Chi c'era allora nel Fronte della gioventù?
"Tutti gli attuali dirigenti di An. Ero a fianco di Teodoro
Buontempo, con lui nel '72 aprimmo la sede di via Sommacampagna 29, ho
la residenza ancora lì, mai cambiata. Il partito per me è una comunità.
Del fascismo mi piaceva il nome: le individualità unite per un obiettivo
comune".
E Fini? Che ruolo aveva?
"Fini era emarginato, distaccato. E poi raccontava cose false: che
proveniva dalla Giovane Italia di Bologna, che abitava in piazza di
Torre Argentina e invece stava a Monteverde, che era figlio di un alto
dirigente di una multinazionale del petrolio. Alcuni di noi sospettarono
che fosse un infiltrato della polizia. Una sera decidono di dargli una
lezione, bastonarlo. Salgo anch'io in macchina. Lui si accorge del
pedinamento, scappa, si infila in un palazzo. Io lo seguo da solo,
entro, scendo giù. Trovo Gianfranco rannicchiato in un sottoscala. Mi
prende le gambe e mi dice: 'Sergio, che colpa ne ho se non ho il vostro
coraggio?'. Mi sembrò un atto di sincerità. Ho visto il Fini sempre
ingessato che si apriva. Diventammo amici".
Vi vedevate anche con Daniela?
"Mi sono sposato con lei nel 1976. Una volta andammo in tre a vedere
'Apocalypse Now' e Gianfranco e Daniela applaudirono la scena della
cavalcata delle valchirie e degli elicotteri. Nella scena successiva,
quando la vietnamita fa saltare in aria gli americani, in sala esplose
un applauso contro di noi. Si accesero le luci, alcuni poliziotti ci
protessero, ci allontanammo di corsa, mestamente".
Sergio Mariani e Maurizio Gasparri a un comizio nel 1972. In quegli
anni Fini si dichiarava fascista?
"Fini non è mai stato fascista. Allora diceva di essere
mussoliniano. Ma lui non è né fascista né mussoliniano. È una persona
che ha un profondo culto della personalità: la propria. È il suo limite.
Un uomo che non è all'altezza della libertà degli altri".
Mariani, lei è stato più volte condannato per atti di violenza.
Mentre Fini oggi è uno statista. Non le pare di esagerare?
"Sì, è vero, ho praticato, anzi, ho vissuto la violenza. Il mio
avversario era il nemico, quello dello slogan 'Uccidere un fascista non
è reato'. Avevo accettato le regole del gioco. Dopo ho capito che erano
condotte da organismi superiori, il sistema, ma nel 1974-75 si alza il
livello dello scontro con la sinistra: dai cazzotti si passa ai bastoni
- io usavo il manico di piccone, segato nell'ultima parte perché si
spaccava con i colpi - poi le spranghe, i coltelli e infine
le armi. Ci segnò la morte di Mario Zicchieri, 'Cremino', ucciso
barbaramente a sedici anni. Il giorno prima aveva comprato un disco di
Lucio Battisti, Daniela glielo aveva chiesto in prestito. Si era creata
una organizzazione interna, il Msi per la lotta popolare, per
condizionare il partito in una difesa più convinta dei suoi ragazzi e
accettare la logica dello scontro. La maggioranza dei giovani aderì,
anche Fini firmò il loro manifesto".
Fini estremista? Impossibile.
"Lo spinse il desiderio di essere accettato. Lo stesso che lo porta
a proporre il Corano nelle scuole. La verità è che non è mai stato
considerato da quelle frange, esattamente come oggi non lo accettano
fino in fondo alcuni settori economici, finanziari, religiosi. Si dice
che Fini sia una persona fortunata, ma in realtà è un utilizzatore del
gratta-e-vinci della politica. Non si può non avere un progetto. Non si
può passare da un estremo all'altro, con indifferenza. Quando a Fiuggi
nacque An, volle spegnere la luce come simbolo del nuovo corso: l'ultimo
dei messaggi che avremmo dovuto dare. Per lui, invece, si trattava di
allontanare ogni cosa che avesse fatto parte del suo passato".
Quando seppe che Fini aveva una relazione con sua moglie Daniela?
"La loro conoscenza si approfondì in una visita alla tomba del Duce
con un pullman di camerati romani nel 1979. Vivevamo insieme sotto lo
stesso tetto, ma Daniela e Gianfranco avevano cominciato una relazione
clandestina nella casa di una dipendente del 'Secolo', collega di
Daniela. Venni a sapere qualcosa, chiesi spiegazioni e lei mi rispose:
non è vero, te lo giuro sul nostro bambino morto. Ebbi uno scontro
fisico con chi mi aveva raccontato quella cosa e aveva messo in
dubbio la parola della mia donna. Io ho creduto a Daniela, in ogni
caso".
Cosa successe il giorno della sparatoria?
"Non ricordo. È una rimozione. La vicenda si è svolta come tutti e
tre sappiamo bene. Se sono arrivato a spararmi è perché Fini ha inciso
pesantemente. Mi aveva portato di fronte al fatto di essere responsabile
del fallimento del mio matrimonio. La colpevolizzazione mi ha messo in
un profondo stato depressivo rispetto al quale non avevo possibilità di
ritorno né di perdono di me stesso".
Prova rancore, odio nei loro confronti?
"Se Daniela quando eravamo ancora sposati si è innamorata di Fini
non ha nessuna colpa, il sentimento non si può gestire. Il problema non
sta nel tradimento dell'amore, ma nell'errore di Fini: il tradimento
dell'amicizia, di un vincolo di comunità. Ma Fini ha già il potere e lo
esercita. Chi si mette di traverso viene esautorato dagli incarichi
politici. Il dopo fu ancora più imbarazzante: restai nel partito, non
volevo andarmene per responsabilità che non avevo. Mi chiesero di
trasferirmi al Nord, Fini non vedeva l'ora di allontanarmi da Roma.
Almirante lo bloccò: 'Mariani non si muove '".
Lo ha mai affrontato?
"Sono cose che deve raccontare Fini. Il personaggio pubblico è lui.
Oggi sono rabbioso per l'ingiustizia che sto subendo. Alcuni colonnelli
sono affascinati dalla capacità di Fini di raggiungere gli obiettivi,
forse sperano di vincere sulla ruota della fortuna. Sono l'unico
dirigente dell'epoca che non è diventato parlamentare".
A causa delle condanne per violenza?
"No: era stato rotto un braccio a un ragazzo di Sommacampagna, corsi
al liceo Plinio e picchiai il responsabile, fui preso dai carabinieri.
Alemanno stava da quelle parti, fu arrestato anche lui e quando arrivai
in caserma era legato con le manette al termosifone e lo stavano
picchiando selvaggiamente. Poi è diventato ministro. Ai dirigenti di An
chiedo: oggi tocca a me, quando toccherà a voi, per quello che
rappresentiamo?
Io pago per lesa maestà, per aver offeso questo imperatore che brilla di
luce propria".
Perché esce allo scoperto?
"Sono di fronte al fallimento delle mie attività, senza colpa.
Lavoro come intermediatore editoriale, per assicurarmi al minor costo
possibile la stampa di manifesti, volantini, altre attività, per conto
del partito. An mi deve 750 mila euro per quanto riguarda la Federazione
romana, per le campagne elettorali provinciali del 2003 e europee 2004,
più 90 mila per la campagna europea di Adolfo Urso. Ho attaccato un
manifesto in cui denunciavo tutto. Ho sperato che Fini facesse qualcosa.
Con lui ho continuato ad avere rapporti corretti fino all'estate 2006,
quando vengono da me i carabinieri che indagano su Marco Buttarelli,
segretario amministrativo di An di Roma. Buttarelli mi aveva dato il 10
per cento di quanto mi deve An: 70 mila euro, senza Iva, e non 84 mila
che sarebbero state regolarmente fatturate da una delle società
beneficiarie ed esecutrici del lavoro. La mia colpa è che non dico ai
carabinieri a chi li ho dati. Faccio sapere a Fini che ho agito in modo
corretto. Da questo momento si interrompe ogni rapporto".
Perché non li ha denunciati?
"I panni sporchi si lavano in famiglia. Di recente li ho citati in
giudizio. Questi soldi mi sono dovuti non solo perché ho eseguito il
lavoro, ma perché esisto. Dichiarerò ai quattro venti cosa è diventata
An, quali ricatti governino il vivere sociale di un partito
assolutamente non democratico. Non do la responsabilità solo a Fini.
All'indomani del manifesto vengo chiamato da Donato La Morte, che mi
chiede di mettere a posto la vicenda. Mi dicono che se ne occuperà
l'avvocato Bongiorno. Giulia Bongiorno è persona spiritosa, cambiale in
scadenza al partito: una che diventa deputata, ma non prende la tessera
quasi che la nostra sia la storia di un branco di imbecilli. Ma la
transazione è una colossale presa in giro".
Sergio Mariani oggi La Bongiorno è il legale di Fini e signora nella
separazione. Perché si lasciano oggi?
"La separazione è una tappa nel percorso di onnipotenza di
quest'uomo. Lui l'aveva già lasciata negli anni Ottanta, ma Daniela non
lo accetta. Se questo oggi avviene è per altri motivi. Chi ne deve
trarre lezione sono gli altri dirigenti di partito: il fatto è di uno
squallore terrificante, una violenza che questa donna sta subendo, con
una vicenda giudiziaria ridicola che vede coinvolta Daniela, il fratello
di Fini, la cognata di Fini, il segretario di Fini Checchino Proietti.
Cosa farà ora Fini? Andrà all'anagrafe a cancellare il cognome del
fratello? Licenzierà Checchino?".
Con Daniela oggi che rapporti ha?
"Due anni fa in un'intervista ha raccontato che ordinai una
spedizione punitiva contro Fini. Ma ero in coma, non potevo ordinare
nulla. Mi amareggia l'ignavia di un partito che non difende un suo
dirigente dalle accuse perché provengono dalla donna del capo. Daniela
ha anche rivelato la nascita del nostro figlio che ha vissuto dieci
minuti in incubatrice. Non è così: purtroppo il bambino nacque morto. Ma
non ho nessun odio nei suoi confronti. Vorrei solo che Daniela fosse più
se stessa, che interpretasse una politica con lo stile che lei definiva
borgataro e che non è denigrante: è un modo schietto di vivere".
Che cosa si aspetta ora da Fini?
"Si vuole dimostrare che talmente insignificante è il mio ragliare
che il problema è solo avere la pazienza che io muoia. Io muoio, ma il
mio ragliare lo farò pesare come il rullo di mille tamburi. Non sono una
persona che capitola di fronte alla forza. Sono uno che combatte fino
alla morte, e anche dopo. A questa violenza, questa sì non so dove Fini
l'abbia imparata, io reagisco con la violenza che sapevo esprimere. Una
volta si diceva: allo sfidante la scelta delle armi. Io
non le ho scelte, le accetto. Quali che esse siano".
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